L’ANFITEATRO ROMANO DI NOLA
Scritto da Giacomo Tafuro • 28 Maggio, 2008 • Categoria: Cultura umanisticaSCAVO E DESCRIZIONE DEL MONUMENTO
Le più antiche testimonianze sull’Anfiteatro di Nola risalgono all’inizio del 1500, quando l’erudito Ambrogio Leone riconobbe in alcuni resti affioranti dal terreno dopo l’eruzione, le antiche strutture del monumento della città romana, definendolo AMPHITEATRUM LATERICIUM.
Inseguito, nell’ambito del progetto di valorizzazione del patrimonio archeologico di Nola si diede inizio, nell’ottobre del 1997, allo scavo sistematico dell’edificio. Anche se le indagini fino ad ora condotte hanno permesso di portare alla luce poco più di ¼ dell’intera struttura, si riesce comunque ad avere una buona visione generale del monumento.
Edificato intorno alla metà del I sec. a.C., era ubicato nell’area nord-occidentale della città, addossato da una parte alla cinta muraria(la c.d. MURAGLIA, in opus reticulatum) per utilizzarne il terrapieno e dall’altra parte costruito su un terrapieno artificiale di terra di riporto. Si tratta dunque di un tipo di edificio privo di quelle complesse strutture di sostruzioni, utilizzate come ambienti di servizio o per la custodia degli animali, tipiche invece di anfiteatri posteriori come quello di Pozzuoli, di Santa Maria Capua Vetere o del più famoso Colosseo.
Quello nolano è senza dubbio, dopo quello di Pompei (80 a.C.), il più antico anfiteatro stabile che sia finora pervenuto; proprio in Campania furono realizzati, infatti, per la prima volta, in via sperimentale questi tipi di costruzione in muratura( a Roma sarà soltanto nel 29 a.C. che sorgerà il primo anfiteatro in pietra, fatto erigere nel Campo Marzio, da Caio Statilio Tauro, con un notevole ritardo quindi rispetto ad altri centri come Pompei e Nola appunto) che sostituirono i precedenti apprestamenti lignei provvisori; ricordiamo a tal proposito che prima gli spettacoli si svolgevano nel foro: lungo il bordo della piazza venivano collocati banchi di legno che ai quattro lati si incurvavano per permettere una visione ottimale a tutti gli spettatori.
L’edificio, di forma ellittica misura sull’asse maggiore m. 138 circa e sull’asse minore m. 108; la CAVEA che aveva una capacità di 20.000 spettatori era divisa in 3 diversi ordini (IMA, MEDIA e SUMMA CAVEA) per la frequentazione delle differenti fasce sociali, a cui si accedeva attraverso dei “VOMITORIA” per mezzo di scalette.
L’ARENA posta ad un livello inferiore rispetto al piano di campagna, presentava un parapetto (BALTEUS) alto m. 2,60, rivestito verticalmente da lastre rettangolari di marmo bianco e orizzontalmente con il bordo coronato da blocchi di calcare a bauletto che conservano ancora tracce di fori di incasso utilizzati probabilmente per la sistemazione di una balaustra metallica o lignea sufficiente alla protezione degli spettatori dalle belve.
L’Anfiteatro subì almeno due ristrutturazioni: la prima nel corso del I sec. d.C., quando una parte delle strutture fu restaurata in opus reticulatum con cubilia di piccolo modulo (cm. 8-9); la seconda tra il II e il III sec. d.C., forse a seguito di danni dovuti ad eventi sismici, in questa occasione fu rifatto parte del muro perimetrale e parte della pavimentazione in lastre di calcare del corridoio posto sull’asse maggiore e fu anche realizzato un ambiente a pianta rettangolare (m. 10×7) con cinque partizioni interne le cui ridotte dimensioni farebbero pensare ad un locale (cd. CARCERES) per il ricovero temporaneo degli animali utilizzati durante gli spettacoli.
Il complesso già in uno stato di completo abbandono prima dell’eruzione del Vesuvio cd. di Pollena (472 d.C.) era stato utilizzato come cava di materiali da costruzione e con il passare degli anni spoliato di gran parte delle decorazioni: sono stati infatti rinvenute alcune delle lastre di marmo che cingevano il balteus (ora in situ) e sei pilastini in calcare (ora esposti al Museo Archeologico di Nola) che raffigurano, scolpiti a rilievo, fregi di armi, scene di amazzonomachia, prigionieri ai piedi di un trofeo d’armi e una corona di alloro vista prospetticamente come una città turrita con una porta. Non conosciamo finora dove essi fossero posti all’interno dell’edificio, anche se sicuramente erano addossati ad una struttura, poiché il lato posteriore non è rifinito; inoltre le correzioni ottiche dei rilievi fanno ipotizzare che dovessero comunque avere una collocazione in un posto eminente lungo il circuito della cavea.
Tra i lavori di restauro eseguiti in epoca moderna, di notevole rilievo è stata l’ANASTILOSI ( ricostruzione ottenuta mediante la ricomposizione, con pezzi originali, delle antiche strutture) del muro del circuito esterno crollato. Il muro, alto m. 6 circa, conserva gran parte della decorazione in I stile con ortostati (lastre verticali) color ocra riquadrati da fasce azzurre, mentre la base è decorata da pannelli di stucco verticali; la stessa decorazione è riproposta nella parte finale del corridoio principale (VIA TRIUMPHALIS) verso l’arena.
I GIOCHI E I GLADIATORI
L’Anfiteatro di Nola, come di consueto per edifici di questo tipo era destinato a duelli tra gladiatori (il cui nome deriva da GLADIUS, una piccola spada corta) e a VENATIONES ovvero cattura di animali feroci da parte di venatores o combattimenti di bestie tra loro.
E’ probabile che i giochi in origine si organizzassero in occasione di funerali, che cioè fossero dei MUNERA, cerimonie celebrate per rendere onore alla memoria dei defunti; dal momento che si credeva che le anime dei morti potessero essere propiziate col sangue umano, nel corso dei funerali venivano immolati schiavi o personaggi di bassa lega acquistati per l’occasione. In seguito divennero lo spettacolo preferito dalla popolazione romana, col diffondersi dell’usanza per cui privati cittadini molto ricchi e desiderosi di onori e di attestazioni di gratitudine, si assumevano molte delle spese spettanti alle città. Di conseguenza il crescente favore del pubblico trasformò ben presto gli spettacoli gladiatori in uno strumento di propaganda politico-elettorale per la classe dirigente.
L’annuncio dei giochi veniva opportunamente propagandato (lo attestano i numerosi graffiti pompeiani) con l’indicazione della grandiosità e imponenza delle parate, della loro durata, del nome del MUNIFICO EDITOR ovvero dell’organizzatore che li offriva, dei nomi dei gladiatori combattenti delle loro vittorie e sconfitte etc.
Un affresco conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, descrive l’episodio avvenuto nel 59 d.C. quando ci fu una zuffa tra Pompeiani e Nocerini, degenerata in gravi disordini con morti e feriti. La punizione fu esemplare: l’anfiteatro di Pompei fu squalificato per ben 10 anni e in quella occasione fu ordinato che gli spettacoli si sarebbero dovuti svolgere nell’anfiteatro di Nola.
Ma chi erano i Gladiatori?
La loro condizione giuridica era varia. Molti erano i prigionieri di guerra provenienti da terre lontane come la Tracia, la Germania o la Numidia, più numerosi dovevano essere gli schiavi, ma non mancavano criminali, galeotti o condannati.
Tutti venivano duramente addestrati e temprati in scuole specializzate (famosa era quella di Capua, da dove partì la rivolta di Spartaco) dove si allenavano per acquisire la differenti tecniche di assalto o di difesa. A seconda del tipo di arma e di tecnica che usavano venivano infatti chiamati: RETIARII, ispirati al dio Tritone combattevano seminudi armati di una rete, un tridente ed un pugnale; MIRMILLONI avevano un elmo, uno scudo con l’effigie di un pesce ed una falce; TRACI armati alla leggera con un piccolo scudo tondo e la spada corta e curva; OPLOMACHI coperti con una pesante armatura; ESSEDARI combattevano sul carro ecc.
Il gladiatore aveva quindi una vita difficile e molto rischiosa, lottava per la libertà e per la gloria in compenso la sua popolarità era davvero notevole, il popolo lo esaltava e seguiva i combattimenti e gli spettacoli con passione tanto da ergerlo spesso ad eroe.
Giacomo Tafuro è studente del liceo scientifico
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