Hegel: “La fenomenologia dello spirito e il tema della morte di Dio”
Scritto da carmine venezia • 20 Febbraio, 2008 • Categoria: Cultura umanisticaHegel sviluppa il tema della risoluzione del finito nell’infinito nella Fenomenologia dello Spirito .La fenomenologia è la storia romanzata della coscienza individuale che esce dalla sua individualità per farsi universalità. Il momento da cui inizia la consapevolezza di sé (coscienza) è rappresentato dall’incontro dell’individuo con l’oggetto. È attraverso il confronto sensibile con gli oggetti che ci rendiamo conto della nostra esistenza. L’incontro con l’oggetto si sviluppa attraverso tre fasi: certezza sensibile,percezione e intelletto. A questo punto la coscienza ha interiorizzato l’oggetto in sé stessa ed è diventata coscienza di sé. Questa per Hegel si raggiunge infatti solo se si riesce a confrontarci nella nostra particolare esistenza con quella degli altri. Il riconoscimento delle altre autocoscienze non avviene attraverso l’amore, bensì attraverso la lotta, il confronto per cui, addirittura, alcuni individui arrivano a sfidare la morte per potersi affermare su quelli che hanno paura. . È questo il rapporto di signoria-servitù. Il signore, nel rischiare la propria vita proteggendo quella dei deboli, ha raggiunto il suo scopo, e si è affermato su quello che è divenuto il suo servo. Tuttavia, argomenta Hegel, la dinamica del rapporto servo-signore è destinata a mettere capo a una paradossale inversione dei ruoli, ossia a una situazione per cui il signore diviene servo del servo e il servo signore del signore. È il servo che nutre il padrone, lo accudisce e gli fornisce gli oggetti di cui ha bisogno. In questo modo il padrone non riesce più a fare a meno del servo. Questo processo di progressiva acquisizione di indipendenza da parte del servo avviene attraverso i tre momenti fondamentali della paura della morte, del servizio e del lavoro. Il raggiungimento dell’ indipendenza coincide con lo stoicismo, ossia quella visione del saggio che ritiene di poter fare a meno delle cose raggiungendo così l’autosufficienza e la libertà del saggio nei confronti di ciò che lo circonda Chi pretende di mettere completamente tra parentesi quel mondo esterno da cui lo stoico si sente indipendente è lo scetticismo, ossia un tipo di visione del mondo che sospende l’assenso di tutto ciò che è comunemente ritenuto per vero e reale. Tuttavia lo scetticismo si contraddice, poiché da un lato lo scettico dubita della realtà e dichiara che tutto è vano e incerto, mentre dall’altro vorrebbe poter sostenere qualcosa di reale e vero. Questa scissione tra l’uno e il Tutto, tra l’individuo e la totalità del mondo, si ripropone nella figura della coscienza infelice religiosa tra il soggetto e la totalità di Dio. La morte di Dio è per Hegel un processo necessario : è una condizione necessaria per l’affermarsi del Superuomo. Ma non solo, perché il senso del nulla dopo che gli uomini hanno ucciso Dio lascia capire che Dio in un certo senso era necessario. Se gli uomini sono stati capaci di uccidere Dio, devono rendersi degni di questa azione, ed essere anche in grado di riempire il vuoto lasciato dalla morte di Dio. Anche in Hegel il concetto della morte di Dio è centrale. L’inizio della filosofia e della religione, infatti, è l’insoddisfazione e la coscienza lacerata. In questo non vi è nulla di immortale, se bisogna assumere ad oggetto di studio non l’uomo astratto, ma l’uomo determinato dall’ambiente, dalle circostanze e l’uomo non soltanto razionale, ma dotato di un cuore. Partendo da ciò, si comprende, dunque, l’importanza che assume l’idea della coscienza infelice. Da un lato, tale idea è l’affermazione stessa del fatto che lo spirito procede da un’affermazione all’affermazione contraria, e dall’altro lato, è lo stadio che lo spirito deve superare per potere così procedere ad una coscienza più felice. Dunque, la morte è il modo più preciso con il quale la negazione si manifesta al soggetto. Per Hegel la morte di Dio è un nascimento. Infatti, come per il Cristianesimo la morte diventa il momento della negazione sentita nella sua essenza, una morte dell’anima che può con ciò trovarsi come il negativo in sé e per sé, escluso da ogni felicità, assolutamente infelice. L’idea di coscienza infelice è legata all’idea di soggettività. Nel provare dolore l’uomo avverte la propria soggettività, nello stesso modo che la morte è l’immagine della negatività della ragione. La morte si comporta negativamente solo riguardo al negativo ; sopprime soltanto ciò che è nulla, è la mediazione, la riconciliazione del soggetto con l’assoluto ; negando il negativo essa è l’affermazione dell’assoluto. Questa morte è però necessaria al rinnovamento della vita, è legata alla resurrezione e non deve più essere vista come il bel genio fratello del sommo come sosteneva, invece, Lessing. La coscienza infelice è la presa di coscienza del tragico : ciò che è tragico, anzi la più grande delle tragedie è quella del fatto che Dio stesso è morto. Quest’ultima è la perdita di ogni certezza e l’idea dell’infelicità sono una sola cosa. Ciò che ha l’essenza stessa della religione è questa coscienza della più grande sofferenza e con ciò stesso questa riconciliazione con la sofferenza. L’immanenza di Dio non è ancora percepita, e l’alienazione rimane proprio perché Dio muore. Più che la vita di un uomo diviso e più che la vita di un Dio, sarà, dunque, la morte di Dio ad arrecare la riconciliazione veramente divina. Fino a che questa riconciliazione non si manifesta si ha la perdita del sapere di sé.
carmine venezia è studente del liceo scientifico
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